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…LE MEMORIE DEL SILENZIO…

Bene… Comincio col dirvi che la pioggia, quella notte, cadeva irruente, sembrava, quasi, volesse picchiare forte alla porta. Una grande lastra di ghiaccio si era formata lungo la riva del fiume che scorre sotto la Casa. Il colore dell’acqua era di un verde bluastro quasi color muschiato. Le nuvole in cielo erano così gonfie da contenere tutta l’acqua dell’intero universo… Beh, forse, dell’intero universo è un’esagerazione, ma quella notte qualcosa cambiò la direzione del mondo.

Il mattino era passato veloce e tranquillo, ma qualcosa la tormentava, come se un presentimento della fine fosse presente già dal quell’arido mattino d’inverno. Una vocina dentro di lei le diceva: “Vai via! Scappa finché sei in tempo!”.

Durante la mattinata qualche nuvola iniziava a nascere nel cielo. Le nuvole bianche assumevano le forme più strane e circondavano il suo animo. Si guardò un bel film riparata dalla pioggia e al calduccio sotto il grosso piumino colorato. Sdraiata nel letto la sua mente iniziò a vagare e guardando gli alberi che lenti muovevano le loro fronde, quasi presi in una frenetica armoniosa danza, pensò al suo futuro.

Iniziò una lunga e intensa pubblicità che proponeva nuovi efficaci prodotti per la pulizia del viso, della casa; nuovi giochi così tecnologicamente avanzati che facevano paura persino ad un adulto, mostri che combattono e pronunciano parole di guerra con una voce atona, mostri che corrono alla velocità della luce, cannocchiali iper-spaziali.

Questa televisione che ci bombarda di inconsce domande che penetrano nella mente di tutti e si infilano in piccoli serbatoi pieni di ogni sorta di marciume, venduto e comprato con ogni sorta di contratto.

Il pomeriggio iniziò a piovere. Prima, piccole gocce caddero come diamanti sulla terrazza, poi tutte le lacrime del cielo si riversarono su questa piccola cittadina del nord America.

Le sarebbe piaciuto sapere di più, conoscere tutte le verità sbagliate di questo piccolo mondo, le sarebbe piaciuto avere ciò che non avrebbe più potuto avere, avrebbe voluto correre.

Una nebbia affollò la mente di quella notte. La pioggia continuava a cadere irruente e più cadeva più la strana sensazione del mattino cresceva.

Se sapeste ciò che nel mondo succede…Se sapeste ciò che in quella lunga notte accadde… Se solo poteste capire… Se solo poteste sapere il Segreto della Vita… Se solo aveste capito…se solo aveste capito prima, prima di morire a voi stessi…

John Bunyan, in un suo famoso brano disse: “Benché abbia passato tutto quello che ho passato, non mi pento dei problemi che mi sono creato, perché mi hanno portato fin dove desideravo arrivare. Adesso, tutto ciò che possiedo è questa spada, e la consegno a coloro che vogliono procedere nel proprio pellegrinaggio. Porto con me i segni e le cicatrici dei combattimenti: sono le testimonianze di ciò che ho vissuto, e le ricompense per quello che ho conquistato. Sono questi segni e queste cicatrici amate che mi apriranno le porte del Paradiso. C’è stato un periodo in cui vivevo ascoltando storie di eroismo. C’è stato un periodo in cui vivevo solo perché avevo bisogno di vivere. Ma adesso vivo perché sono un guerriero, e perché voglio trovarmi un giorno in compagnia di Colui per cui tanto ho lottato.”

Noi vorremmo chiudere con il passato, ma è il passato che non chiude con noi… Ed è per questo che vi racconterò i segreti di quella notte… i segreti del tempo…Il Segreto della Vita…i ricordi di quei giorni in cui ero in quella cittadina e potevo ancora vedere la pioggia appoggiarsi sul selciato, a volte delicata, a volte rabbiosa, come in quella notte…in quella lunga notte in cui passai dall’altra parte dello steccato…in quella lunga notte in cui morii… Queste saranno le memorie dell’ombra…le memorie del cuore e del silenzio.

Non è possibile che questa storia

Venga raccontata

Questa è una storia,

la mia storia,

è una storia che fa

ribollire il sangue

nata da un dolore troppo grande

dal momento in cui qualcuno

l’ingenuità tolse

E’ la storia di una fuga,

di una fuga dal passato

e di un rigetto del futuro

E’ la storia di me: di ciò

Che ero e di ciò che sarò

E’ raccontata correndo nel

Buio di una ferrovia,

da occhi che piangono

gocce di dolore

E’ raccontata dal cuore

In cerca d’amore

E dall’anima

In cerca di risposte

Ariel era la principessa della Foresta Incantata, centro del Mondo oltre il Tempo. Nacque in un
giorno del Grande Inverno. Tutto era pronto per accogliere la nuova arrivata. Ad Ariel piaceva
giocare con le Fate Luminose e gli Gnomi Furbi della Foresta Incantata. Crebbe in fretta, troppo in
fretta.
Tutto procedeva tranquillo fino al momento in cui Incubus decise di pervadere la mente e l’anima
dell’Orco. Incubus, il Male Oscuro, si insediò nel pensiero dell’Orco rendendolo suo schiavo per
sempre. Il Male Oscuro aveva stipulato un patto con l’Orco. Questo contratto prevedeva l’offerta di
un’anima ingenua e vergine in cambio del suo perpetuo aiuto. Da quel giorno la Foresta Incantata
iniziò a trasformarsi e gli abitanti se ne accorsero rapidamente. Iniziò, così, una lunga battaglia
contro il Male, in quella che fu chiamata “Lunga Notte del Grande Inverno”. Il Male Oscuro fu
allontanato in un anfratto della Foresta Incantata che, pian piano, si trasformò nel Deserto della
Tristezza.
Ariel viveva felice, coccolata dalla Grande Orsa e dallo Gnomo Solitario che la divertivano con le
loro storie a volte comiche, a volte tragiche. Capitava che piangesse, tanto era grande la sua
immedesimazione nei personaggi, ma era sempre contenta e soprattutto tanto felice di stare con loro
nelle lunghe giornate nevose.
Tutto accadde in un giorno di neve nera. Tutto cambiò. Lo Gnomo Solitario e la Grande Orsa non
ne capirono il motivo. Fu un giorno di terribile follia. Quel giorno di neve nera, Ariel conobbe
l’Orco cattivo, il Drakòs, che cercava di impadronirsi della Foresta Incantata. Fu cosi che il Male
Oscuro ottenne ciò che desiderava. La principessa Ariel fu rapita dall’Orco cattivo e donata in
offerta al Male Oscuro in modo tale che se ne potesse cibare ogni volta che ne avesse sentito il
bisogno.
Nella Foresta Incantata, vi era un immenso castello luminoso: il Castello dell’Amore, dimora della
principessa. Esso era la fonte di tutta la luce del Regno, tanto che da lontano, perfino dalla fine del
Regno, se ne poteva scorgere la luce e, agli occhi degli abitanti, appariva come una grande palla
luminosa. Il Castello dell’Amore stava morendo e con esso tutto il Mondo oltre il Tempo circondato,
ormai da lunga fiata, da un manto dell’Infinita Tristezza con il quale Incubus lo abbracciava. Senza
quella Luce, tutto il Regno sarebbe sprofondato in un’eterna notte, gli abitanti sarebbero morti dalla
tristezza e una leggera pazzia di non senso li avrebbe resi automi, senza speranza o divenire.
Il cielo era tetro e buio. Ariel non riusciva a distinguere alcunché. Tutto sembrava racchiuso in una
grande ombra nera che strisciava sul terreno. Questa Grande Ombra, così si chiamava, intrappolava
al suo interno ogni cosa, oggetto, persona che incontrasse lungo il suo inesorabile cammino.
Intrappolava, altresì, ogni desiderio e ogni speranza. Ariel non conosceva il Deserto della Tristezza
e non ne sospettava neanche l’esistenza. Era così tetro. Tutto quel vuoto infondeva tristezza al suo
piccolo animo. Il dolore e il buio erano così grandi. La sabbia nera profumava di marcio e gli alberi
spogli, come alte ombre verde scuro, danzavano freneticamente nel vuoto. Ogni cosa era
terribilmente nera. Piccoli simulacri erano intrappolati nella terra sporca e umida e non c’era
momento in cui non gridassero o piangessero. Il dolore incessante che emanava ogni anima
intrappolata in quella prigione dell’orrore era incontenibile. L’Orco Cattivo disse ad Ariel: “Tu sarai
mia per sempre! Nessuno ti libererà dal Deserto della Tristezza! Ti userò come serva del mio regno
e dovrai soddisfare ogni mio desiderio; non potrai né scappare né urlare. Anche se tu ci provassi, ti
troverei e ti farei cose che nessuno al mondo potrebbe mai immaginare. Non racconterai mai nulla
ad alcuno! Altrimenti morirai!” e soggiunse “Ma se per sbaglio o per tuo volere non farai ciò che ti
dirò di fare, la tua Foresta Incantata morirà per sempre! Perché ogni gioco ha le sue regole e queste
sono le mie! E tu non vuoi che la tua Foresta Incantata muoia, vero?”. Ariel non voleva che il suo
Regno scomparisse perciò lo seguì.
Iniziò a lavorare per l’Orco. Tutto le sembrava così strano. Come poteva succedere tutto questo?
Che gioco era questo? Non l’aveva mai visto fare dalle Faure o dai Fuur nel suo regno. Mai nessuno
ci aveva giocato all’aria aperta come invece facevano gli Incantini quando dipingevano parti nuove
del suo Regno. Ariel viveva in un posto indefinito, completamente buio, senza pareti legata a
un’indefinita palla nera, circondata da un’aura di nulla profondo che, a momenti alterni, spruzzava
sbuffi di materia organica rossa e liquida. Questa palla la tormentava e le procurava un dolore
immenso, in continua evoluzione. Visse lì per sette lunghi anni. Ariel iniziava a fare troppe
domande al Drakòs, cosicché egli decise di inviarle una sua schiava al fine di placarle prima che
ella riuscisse a scoprire il suo inganno. Le inviò la strega del Bosco Frusciante che iniziò, in modo
lento, ma inesorabile, a farle credere che il Drakòs non esistesse e che fosse stato solo un semplice
inganno della sua mente malata.
Ecco che un giorno Ariel iniziò a sentire una flebile vocina che la salutava. Da quanto tempo non
sentiva una voce così dolce e soave. Da quanto tempo non sentiva parole così semplici e amorose.
Cercò a tentoni di capire da dove arrivasse il suono di quella straordinaria voce. “Tesoro mio, sono
qui, vicino a te. Tu non mi puoi vedere perché questo buio che ti circonda non ti permette di farlo,
ma io sono qui, vicino a te. Coraggio, credici” – disse la strega. “Come faccio a crederti? Io non
credo a niente! La fiducia è scomparsa ormai da tempo! Dammi prova della tua esistenza!” – rispose
Ariel. “Oltre alla mia voce?” – “Sì, perché la voce è menzognera! Così come la memoria è fallace!
Io non credo che esista nulla al di fuori di questo buio maledetto”- rispose Ariel e tra le lacrime si
gettò a terra, abbracciando le sue gambe distrutte. La strega le accarezzò il viso cercando di pulire le
sue ferite sanguinanti, ma Ariel sobbalzò all’indietro ed esclamò: “Non ti azzardare a toccarmi! Cosa
vuoi da me? Lasciami in pace! Vattene! Così come hanno fatto tutti! Tutto è morto! Io sono morta!
Vattene, ho detto!”. La strega rimase in silenzio ascoltando le sue lacrime ferirle il viso, per
l’ennesima volta, respirando a fatica, come dopo una lunga corsa. Ariel smise di piangere. Quel
respiro. Non lo sopportava. “Smettila di ansimare! Non lo sopporto!” gridò Ariel. “Sono stata
mandata per spiegarti che il tuo regno esiste ancora e che quello che ti sembra di vivere è solo un
brutto sogno! Hai una malattia, tesoro mio. Immagini le cose. Fatichi ad addormentarti e quando
inizi a sognare ti perdi nei tuoi sogni non riuscendo più ad uscirne. Stai vivendo in un tuo incubo.”
Le spiegò la strega. “Chi sei?” – domandò Ariel – “Sono Mnemosina, la fatina dei ricordi e della
memoria. Io non ti posso ingannare! Sono buona!”- rispose la strega. Ariel iniziò ad affezionarsi a
quella strana voce così dolce e per l’ultima volta volle credere a quelle parole. Fu così che si
convinse che era tutto un sogno, scaturito dalla sua mente malata. Dal quel giorno non fece più
domande al Drakòs, pensando che fosse tutto normale. Il Male Oscuro s’impadronì definitamente di
lei e non la lasciò più. La tristezza pervase ogni piccola parte di lei, nulla aveva più senso.
Il Drakòs morì, per età o, forse, per giustizia divina e lei fu gettata in mezzo a una strada del
Deserto della tristezza dove incontrò tanti altri ragazzi e ragazze che, come lei, avevano lavorato per
l’Orco. Incontrò persino Faith ed Expectation, le sue migliori amiche ai tempi delle fiabe raccontate
dallo Gnomo Solitario e dalla Grande Orsa. Anche loro girovagavano senza una meta nel groviglio
di fitti rami spinati che pervadevano il Deserto della Tristezza. Tutto era morto in lei: il desiderio di
ritrovare e salvare il suo Regno (se mai fosse esistito un suo regno), la speranza che qualcuno la
cercasse e la trovasse mettendo così fine a quel dolore incessante che le pervadeva il corpo, la gioia
della luce del Castello dell’Amore che ogni giorno la svegliava. Tutto era morto e lei non desiderava
altro che spegnersi come il sole al tramonto facendo fluire, dal suo corpo, il dolore insopportabile
come fosse sangue dalle vene. Voleva lasciarsi rapire dal Buio, il suo unico e fedele amico, l’unico
che aveva ascoltato le sue grida e raccolto le sue lacrime custodendole segretamente dentro di sé.
Capendo il desiderio di Ariel, il Buio la sommerse in un attimo. Ariel era scomparsa. Lì, era rimasto
solo il suo scarno e lacerato corpicino che, abbandonato a se stesso, si stava decomponendo
emanando un fetore simile a quello percepibile tuttora nella prigione del Drakòs.
                                     
Testo tratto (e trasformato) da un romanzo scritto da me

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Erica Gavazzi

 

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